Pare che, a suo tempo, nel tratteggiare la figura di Darth Vader Lucas si fosse ispirato anche agli antichi samurai (che la sua armatura ricorda molto). Ora se ne sono accorti anche i giapponesi, che cominciano a proporre il personaggio proprio in veste di antico guerriero (ovviamente in compagnia di stoormtrooper a loro volta samurai).
Ray Gun e altre mirabolanti invenzioni dal meraviglioso mondo della fantascienza. Vietato l'ingresso agli alieni.
mercoledì 26 novembre 2014
martedì 18 novembre 2014
STAR TREK IN GIAPPONE
DeAgostini Giappone pubblica il collezionabile contenente le astronavi (e relativi fascicoli) di Star Trek. Per veri trekker!
giovedì 20 marzo 2014
IL FUTURO VISTO DAL PASSATO
Esiste una branca del design, nota come space age design, che ha prosperato all’incirca tra il 1957 e il 1969, anni rispettivamente del lancio del satellite russo Sputnik e dell’atterraggio americano sulla Luna. Uno stile che ha in parte convissuto e in parte coinciso con l’Atomic design che, dalla fine degli anni Quaranta, ha portato in auge negli oggetti quotidiani i simboli del nucleare, a tratti visto come potenziale fonte di benessere e a tratti quale pericolo di guerra atomica. In quel periodo di euforia spaziale, il futuro era carico di aspettative positive e per l’umanità, che si allontanava a grandi passi dal secondo conflitto mondiale, la scienza e la tecnologia erano portatrici di benessere, comodità, meraviglie che si riverberavano sugli oggetti del quotidiano. I designer, come moderni demiurghi, trasformarono quell’impalpabile desiderio di novità, quella voglia di toccare le stelle, in oggetti dalle curve seducenti, in utensili di plastica colorata, in elettrodomestici dalle forme avveniristiche. Lampade, orologi, aspirapolvere, sedie, giocattoli, radio, tutto assunse forme e colori che ricordavano sale di aspetto di astronauti, strumentazioni degne di cosmonauti. Circa venti anni destinati a lasciare un segno fortissimo e indelebile nell’immaginario, durante i quali il futuro è stato, tutto sommato, più futuristico (quantomeno nelle forme e nelle emozioni) del vero futuro che sarebbe arrivato in seguito per trasformarsi in presente. Dopotutto, l’immaginazione è più potente della realtà.
Di quel senso del meraviglioso che, almeno in parte, si riversò sul reale si è cibato il volume Souvenir dall’impero dell’atomo, straordinario affresco grafico ed emotivo di un’idea del futuro che mai era stata così potente, così palpabile. Il disegnatore Alexandre Clerisse assorbe e rielabora sotto forma di fumetto il design di un’epoca e lo ripropone in tavole dalla composizione libera, dalle gabbie flessibili, con vignette private anche dei loro contorni, uno stile grafico che sposa la sintesi francese con le linee morbide della space age e i sogni scientifici e fantascientifici della letteratura di genere del tempo, non a caso più volte citata sotto forma di magazine come Amazing Stories e Galaxy, che i fan di SF ben conoscono. Al tutto aggiunge un efficacissimo uso del colore, che alterna vivacissimi cromatismi con mezzetinte in bianco e nero a seconda delle esigenze narrative. Per non parlare di quando il disegno si fa retrò per citare le tavole di Buck Rogers, capostipite dei comics fantascientifici.
Ma se il disegno incanta, seduce, meraviglia, in un susseguirsi di tavole ricche di innovazioni grafiche, di futuristici marchingegni, di sofisticati arredamenti e accattivanti automobili, non è mai fine a se stesso, al contrario al servizio di una storia intrigante, complessa e a sua volta perfettamente in sintonia con gli anni Cinquanta e Sessanta nei quali è ambientata. Lo sceneggiatore Thierry Smolderen ha saputo distillare l’essenza del periodo per infonderla in una trama che fa convivere diverse idee di futuro, recuperando anche alcune inquietudini dell’Atomic Age. Anche la scelta di non seguire una narrazione lineare, ma di saltare avanti e indietro nel tempo, lungo gli anni Cinquanta e Sessanta è probabilmente frutto del desiderio di non lasciarsi imbrigliare da un'unica linea narrativa, un unico flusso temporale, ma di cavalcarne molteplici, perché il futuro non è poi così facile da determinare.
Al centro della vicenda vi è Paul, un dipendente del Pentagono che sostiene di essere in contatto telepatico con Zarth Arn, un eroe galattico che vive 121.000 anni nel futuro, in un impero galattico, l’Impero dell’Atomo, che comprende centinaia di sistemi planetari e domina la galassia da centomila anni. Paul trasporta le conversazioni col suo interlocutore del futuro in migliaia di pagine scritte, in diagrammi, disegni, carte astronomiche, appunti. Quando viene scoperto dai suoi superiori, la sua ossessioni gli costa il posto di lavoro e lunghe conversazioni con uno psichiatra. Ma, ancora peggio, attira l’interessamento di un malvagio che non ritiene la sua storia del tutto fasulla. Gibbon Zelbub, questo il suo nome, ha sviluppato un metodo per accedere alla mente di qualsiasi individuo e di carpirne i segreti. Da Paul, ovviamente, vuole informazioni sull’Impero dell’Atomo e, soprattutto, sulle sue terribili armi. Comincia quindi una lotta su molteplici piani, presente e futuro, realtà e suggestioni mentali, bene e male. Sul tutto, poi, aleggia un dubbio: l’Impero dell’Atomo esiste (esisterà) davvero? Paul possiede un dono straordinario o è solo un sognatore, un pazzo? Ai lettori la risposta, e il rimpianto per una visione del futuro ormai diventato nostalgico passato.
Thierry Smolderen e Alexandre Clerisse
Souvenir dell’Impero dell’Atomo
Bao Publishing
pp. 146
euro 19,00
giovedì 17 ottobre 2013
venerdì 27 settembre 2013
domenica 22 settembre 2013
STAR WARS AL CIOCCOLATO
Spade laser al cioccolato? pare di sì, perlomeno in Giappone dove alcune scatole di Pocky stanno sfruttando immagini della celebre saga fantascientifica. Per chi non lo sapesse, i Pocky sono bastoncini di biscotto ricoperti con cioccolato. Esistono anche in Italia, e si chiamano Mikado, ma solo con cioccolato al latte o fondente mentre in Giappone ne esistono con dozzine di gusti (il più gettonato è il cioccolato alla fragola). Dato che i bastoncini somigliano a spade laser, la Glico (casa produttice dei Pocky) ha preso la palla al balzo e ha lanciato queste nuove confezioni. Che la forza sia con voi.
martedì 10 settembre 2013
ULTRAMAN
Sempre sulla cresta dell'onda Ultraman, ecco la sagoma pubblicitaria di un nuovo manga attualmente in corso di pubblicazione in Giappone.
lunedì 9 settembre 2013
mercoledì 10 luglio 2013
FANTASY & SCIENCE FICTION: QUALCHE CONSIDERAZIONE
Ho appena acquistato il primo numero del magazine Fantasy & Sciente Fiction (in edicola per Elara srl) e devo dire che mi ha lasciato abbastanza perplesso. Preciso subito che ancora non l’ho letto e che quindi i miei dubbi (e le mie critiche) si riferiscono più all’aspetto grafico che non a quello contenutistico, anche se le due cose non sono poi così slegate. Tra l’altro, visti i nomi degli autori dei racconti contenuti (gente come Bradbury, Simak, Ellison, ecc.), presumo che i contenuti siano ottimi, perlomeno presi singolarmente.
Andiamo al nocciolo: la grafica. So per esperienza che spesso chi si occupa di letteratura considera questioni come grafica, impaginazione, immagini, ecc. come marginali. Ciò che importa, per tale scuola di pensiero, sono i contenuti: i racconti. In linea di massima, il discorso non farebbe una piega, ma allora perché non fare una copertina bianca o a tinta unita (come le bellissime cover dei tascabili Adelphi)? Inoltre si potrebbero evitare le illustrazioni interne, o addirittura evitare di stampare su carta, fare un bel file word e scaricarselo sul computer (magari spendendo solo 90 centesimi invece che 5,90). Per il sottoscritto l’occhio vuole la sua parte, e ritengo di non essere il solo a pensarla così. La cover di Fantasy & Sciente Fiction 1 è abbastanza anonima: l’immagine di Yuehui Tang è tecnicamente impeccabile, ma non comunica molto, addirittura in mancanza di logo non si capirebbe trattarsi di una rivista di SF e Fantasy. All’interno pagine banalmente impaginate su una o due colonne (a proposito perché alcuni racconti su due e alcuni su una?), con una cornice bianca più spessa nella parte inferiore ma col numero di pagina messo su quella superiore, dove c’è meno spazio (boh). Le (poche) illustrazioni interne in b/n non sono firmate (altra cosa inspiegabile, o forse non si ritiene importante l’illustratore?) e stampate così così su una carta non ottimale. Peccato, perché sono davvero belle. E via con altri piccoli dettagli, come l’editoriale senza un titolo, le font poco azzeccate dei titoli dei racconti (tranne “Plumage from Pegasus”, che ha anche un disegnino, ma essendo in inglese è forse la grafica originale). E via dicendo. Insomma. Sul fronte dell’immagine bocciata. E, ribadisco, per me in campo fantasy e fantascientifico l’immagine ha grande importanza.
Passiamo a questioni strutturali, e quindi maggiormente contenutistiche. A mio avviso Fantasy & Sciente Fiction non è una rivista, ma una raccolta di racconti, un libro quindi. Qual è la differenza tra una rivista è un libro? Io la vedo così: un libro è un punto su una mappa, una rivista è la mappa. Nel senso che un libro è compiuto in sé, autoreferenziale, una rivista, invece, deve anche fornire un quadro di insieme, deve mostrami le strade che collegano i vari punti, deve farmi scoprire nuove strade, deve indicarmi le città come le colline, i fiumi, i porti, ecc. Insomma, in una rivista mi aspetto di trovare racconti, interviste, articoli, novità, sguardi su nuove tendenze, nuovi punti di vista su opere del passato e via dicendo. Una rivista deve essere una bussola, una mappa del tesoro, un forziere pieno di meraviglie.
Continuerò a comprare Fantasy & Sciente Fiction, perché voglio sostenere chi cerca di portare la SF nel periglioso mare delle edicole e perché (come dicevo all’inizio) gli autori pubblicativi sono straordinari, ma da chi sta al timone di questa astronave diretta verso il buco nero dell’editoria italiana mi aspetto molto più coraggio e più inventiva. State esplorando la spazio infinito, gente, cercate di mostrarvi degni di Buck Rogers.
Andiamo al nocciolo: la grafica. So per esperienza che spesso chi si occupa di letteratura considera questioni come grafica, impaginazione, immagini, ecc. come marginali. Ciò che importa, per tale scuola di pensiero, sono i contenuti: i racconti. In linea di massima, il discorso non farebbe una piega, ma allora perché non fare una copertina bianca o a tinta unita (come le bellissime cover dei tascabili Adelphi)? Inoltre si potrebbero evitare le illustrazioni interne, o addirittura evitare di stampare su carta, fare un bel file word e scaricarselo sul computer (magari spendendo solo 90 centesimi invece che 5,90). Per il sottoscritto l’occhio vuole la sua parte, e ritengo di non essere il solo a pensarla così. La cover di Fantasy & Sciente Fiction 1 è abbastanza anonima: l’immagine di Yuehui Tang è tecnicamente impeccabile, ma non comunica molto, addirittura in mancanza di logo non si capirebbe trattarsi di una rivista di SF e Fantasy. All’interno pagine banalmente impaginate su una o due colonne (a proposito perché alcuni racconti su due e alcuni su una?), con una cornice bianca più spessa nella parte inferiore ma col numero di pagina messo su quella superiore, dove c’è meno spazio (boh). Le (poche) illustrazioni interne in b/n non sono firmate (altra cosa inspiegabile, o forse non si ritiene importante l’illustratore?) e stampate così così su una carta non ottimale. Peccato, perché sono davvero belle. E via con altri piccoli dettagli, come l’editoriale senza un titolo, le font poco azzeccate dei titoli dei racconti (tranne “Plumage from Pegasus”, che ha anche un disegnino, ma essendo in inglese è forse la grafica originale). E via dicendo. Insomma. Sul fronte dell’immagine bocciata. E, ribadisco, per me in campo fantasy e fantascientifico l’immagine ha grande importanza.
Passiamo a questioni strutturali, e quindi maggiormente contenutistiche. A mio avviso Fantasy & Sciente Fiction non è una rivista, ma una raccolta di racconti, un libro quindi. Qual è la differenza tra una rivista è un libro? Io la vedo così: un libro è un punto su una mappa, una rivista è la mappa. Nel senso che un libro è compiuto in sé, autoreferenziale, una rivista, invece, deve anche fornire un quadro di insieme, deve mostrami le strade che collegano i vari punti, deve farmi scoprire nuove strade, deve indicarmi le città come le colline, i fiumi, i porti, ecc. Insomma, in una rivista mi aspetto di trovare racconti, interviste, articoli, novità, sguardi su nuove tendenze, nuovi punti di vista su opere del passato e via dicendo. Una rivista deve essere una bussola, una mappa del tesoro, un forziere pieno di meraviglie.
Continuerò a comprare Fantasy & Sciente Fiction, perché voglio sostenere chi cerca di portare la SF nel periglioso mare delle edicole e perché (come dicevo all’inizio) gli autori pubblicativi sono straordinari, ma da chi sta al timone di questa astronave diretta verso il buco nero dell’editoria italiana mi aspetto molto più coraggio e più inventiva. State esplorando la spazio infinito, gente, cercate di mostrarvi degni di Buck Rogers.
mercoledì 19 giugno 2013
GUNDAM & HEINLEIN
Qualsiasi testo dedicato alla genesi delle serie animata giapponese Gundam indica tra le fonti di ispirazione per Yoshiyuki Tomino i romanzi Starship Troopers (in Italia Fanteria dello spazio) e The Moon is a Harsh Mistress (in Italia La Luna è una severa maestra) di Robert Heinlein. Per quanto, per sua stessa ammissione, Tomino abbia letto tali romanzi e ne abbia tratto qualche spunto per la saga di Gundam, va subito sottolineato che si tratta di riferimenti abbastanza blandi e completamente rielaborati dal regista giapponese.
Si parte con La Luna è una severa maestra, che ha suggerito lo spunto narrativo di base, una sorta di guerra d’indipendenza spaziale. Pubblicato a puntate tra il 1965 e il 1966, per poi essere raccolto in volume lo stesso anno, questo romanzo dipinge un sistema solare del futuro prossimo (2075) nel quale la Luna è stata colonizzata. Inizialmente, su quello che i suoi abitanti chiamano il “sasso” vengono inviati quasi esclusivamente dei deportati, terrestri condannati per qualche reato, ma col tempo cominciano a nascere generazioni di lunari, che ampliano le loro città sotterranee e danno vita a usi e costumi locali, per esempio a strutture familiari del tutto peculiari. Inoltre nei campi della Luna cominciano a essere prodotti ingenti quantita di grano, che trasformano il satellite nel granaio della Terra. Tuttavia, nonostante i lunari per la grande maggioranza non siano più dei deportati, la Terra continua a trattarli come tali, o al massimo come cittadini di seconda categoria, privi di vero potere decisionale. Un po’ alla volta nasce quindi un movimento indipendentista, che si prodiga nell’organizzare i primi atti di ribellione contro l’Ente terrestre che esercita un controllo dispotico sulle colonie. Il tutto sfocerà in un conflitto tra la Terra e le sue colonie, una situazione che dà il via anche alla serie di Gundam. Le similitudini finiscono qui e, tutto sommato, la fonte d’ispirazione primaria per entrambe le opere è la guerra di secessione americana, di cui La Luna è una severa maestra non è altro che una rilettura in chiave futuristica.
Leggermente più incisivo è l’apporto di Fanteria dello spazio. Scritto nel 1958, questo libro ebbe la curiosa sorte di essere rifiutato dal primo editore americano, Scribner, a cui Heinlein lo propose. Pubblicato l'anno successivo sia serializzato su rivista sia in volume da un differente editore, riscosse un successo tale da vincere nel 1960 uno Hugo, ovvero il premio letterario per opere di fantascienza più ambito negli Usa.
In Fanteria dello spazio Heilein immagina un esercito del futuro i cui fanti spaziali sono dotati di una particolare tuta da combattimento che è una vera e propria macchina da guerra, quasi un'astronave da indossare più che una tuta. "La nostra non è una tuta spaziale, sebbene possa anche servire come tale." Spiega il protagonista del romanzo. "Non è nemmeno un'armatura, per quanto i Cavalieri della Tavola Rotonda disponessero di armature molto meno solide delle nostre. Non è un carro armato, ma un soldato della F.S.M. (Fanteria Spaziale Mobile) da solo potrebbe affrontare un intero squadrone di carri armati e distruggerli, se qualcuno fosse tanto pazzo da opporre dei carri armati alla F.S.M. Una tuta non è un'astronave, ma può volare, un po' almeno, e d'altra parte né un'astronave né una flotta di astronavi possono combattere contro un uomo in tuta, a meno di non far saltare in aria tutta la zona in cui lui si trova (e sarebbe come buttar giù un palazzo per uccidere una mosca). Al contrario noi possiamo fare molte più cose e molti più danni di una nave di superficie, subacquea o spaziale."
Come si può intuire, Tomino prese l'idea della tuta e la trasformò nei Mobile Suit, certo più grandi e più simili a un'armatura, ma comunque più maneggevoli e veloci di un'astronave e quindi adatti agli attacchi veloci e alle manovre in spazi stretti. In altre parole, Tomino adottò e adattò l'idea di mezzo da guerra minuscolo e individuale, l'idea di una fanteria dello spazio. Per il resto il romanzo Fanteria dello Spazio non mostra altri punti di contatto con Gundam: si parla di Federazione Terrestre e dell'uso della F.S.M. contro forze ostili di altri pianeti, ma con premesse e sviluppi totalmente differenti. Inoltre la maggior parte del romanzo è dedicata all'addestramento dei fanti spaziali e non ai loro combattimenti, mentre il più pericoloso nemico che devono affrontare è costituito dai "ragni", creature aliene dall'aspetto di aracnidi.
Per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza di Fanteria dello Spazio, nel 1997 questo romanzo è tornato alla ribalta grazie a un adattamento cinematografico dal medesimo titolo diretto da Paul Verhoeven, il cui successo a portato a due sequel, del 2004 e del 2008. Del 1999 è invece una serie animata totalmente in computer graphic prodotta dalla Columbia Tristar.
Si parte con La Luna è una severa maestra, che ha suggerito lo spunto narrativo di base, una sorta di guerra d’indipendenza spaziale. Pubblicato a puntate tra il 1965 e il 1966, per poi essere raccolto in volume lo stesso anno, questo romanzo dipinge un sistema solare del futuro prossimo (2075) nel quale la Luna è stata colonizzata. Inizialmente, su quello che i suoi abitanti chiamano il “sasso” vengono inviati quasi esclusivamente dei deportati, terrestri condannati per qualche reato, ma col tempo cominciano a nascere generazioni di lunari, che ampliano le loro città sotterranee e danno vita a usi e costumi locali, per esempio a strutture familiari del tutto peculiari. Inoltre nei campi della Luna cominciano a essere prodotti ingenti quantita di grano, che trasformano il satellite nel granaio della Terra. Tuttavia, nonostante i lunari per la grande maggioranza non siano più dei deportati, la Terra continua a trattarli come tali, o al massimo come cittadini di seconda categoria, privi di vero potere decisionale. Un po’ alla volta nasce quindi un movimento indipendentista, che si prodiga nell’organizzare i primi atti di ribellione contro l’Ente terrestre che esercita un controllo dispotico sulle colonie. Il tutto sfocerà in un conflitto tra la Terra e le sue colonie, una situazione che dà il via anche alla serie di Gundam. Le similitudini finiscono qui e, tutto sommato, la fonte d’ispirazione primaria per entrambe le opere è la guerra di secessione americana, di cui La Luna è una severa maestra non è altro che una rilettura in chiave futuristica.
Leggermente più incisivo è l’apporto di Fanteria dello spazio. Scritto nel 1958, questo libro ebbe la curiosa sorte di essere rifiutato dal primo editore americano, Scribner, a cui Heinlein lo propose. Pubblicato l'anno successivo sia serializzato su rivista sia in volume da un differente editore, riscosse un successo tale da vincere nel 1960 uno Hugo, ovvero il premio letterario per opere di fantascienza più ambito negli Usa.
In Fanteria dello spazio Heilein immagina un esercito del futuro i cui fanti spaziali sono dotati di una particolare tuta da combattimento che è una vera e propria macchina da guerra, quasi un'astronave da indossare più che una tuta. "La nostra non è una tuta spaziale, sebbene possa anche servire come tale." Spiega il protagonista del romanzo. "Non è nemmeno un'armatura, per quanto i Cavalieri della Tavola Rotonda disponessero di armature molto meno solide delle nostre. Non è un carro armato, ma un soldato della F.S.M. (Fanteria Spaziale Mobile) da solo potrebbe affrontare un intero squadrone di carri armati e distruggerli, se qualcuno fosse tanto pazzo da opporre dei carri armati alla F.S.M. Una tuta non è un'astronave, ma può volare, un po' almeno, e d'altra parte né un'astronave né una flotta di astronavi possono combattere contro un uomo in tuta, a meno di non far saltare in aria tutta la zona in cui lui si trova (e sarebbe come buttar giù un palazzo per uccidere una mosca). Al contrario noi possiamo fare molte più cose e molti più danni di una nave di superficie, subacquea o spaziale."
Come si può intuire, Tomino prese l'idea della tuta e la trasformò nei Mobile Suit, certo più grandi e più simili a un'armatura, ma comunque più maneggevoli e veloci di un'astronave e quindi adatti agli attacchi veloci e alle manovre in spazi stretti. In altre parole, Tomino adottò e adattò l'idea di mezzo da guerra minuscolo e individuale, l'idea di una fanteria dello spazio. Per il resto il romanzo Fanteria dello Spazio non mostra altri punti di contatto con Gundam: si parla di Federazione Terrestre e dell'uso della F.S.M. contro forze ostili di altri pianeti, ma con premesse e sviluppi totalmente differenti. Inoltre la maggior parte del romanzo è dedicata all'addestramento dei fanti spaziali e non ai loro combattimenti, mentre il più pericoloso nemico che devono affrontare è costituito dai "ragni", creature aliene dall'aspetto di aracnidi.
Per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza di Fanteria dello Spazio, nel 1997 questo romanzo è tornato alla ribalta grazie a un adattamento cinematografico dal medesimo titolo diretto da Paul Verhoeven, il cui successo a portato a due sequel, del 2004 e del 2008. Del 1999 è invece una serie animata totalmente in computer graphic prodotta dalla Columbia Tristar.
domenica 16 giugno 2013
sabato 2 febbraio 2013
martedì 29 gennaio 2013
giovedì 24 gennaio 2013
mercoledì 23 gennaio 2013
martedì 22 gennaio 2013
SPRECO DI SPAZIO
"Se ci siamo solo noi (nel cosmo, ndr.), beh, mi pare un bello spreco di spazio." Contact (1997)
sabato 3 novembre 2012
FUTURO PASSATO
Futuro… Basta una sola parola per scatenare nella mente di ognuno di noi un turbinio di immagini più o meno fantastiche. In "Out of Time", bel volume a colori, Norman Brosterman ha voluto indagare sulle visioni del futuro che vanno dalla fine dell'ottocento a metà del novecento, da quando cioé la scienza moderna muoveva i primi passi fino a quando concretizza molte delle sue scoperte. Attraverso le illustrazioni per i romanzi di Julius Verne e H.G. Wells, i bozzetti di architetti e ingegnieri, ma anche le copertine delle riviste pulp come Amazing Stories, si succedono le visioni di una Terra fantastica e possibile allo stesso tempo: grattacieli altissimi, città su più piani, macchine volanti, basi spaziali, automobili avveniristiche. È curioso notare come la maggior parte di queste immagini siano "ottimistiche", frutto cioé di una visione della scienza ancora incantata e sempre positiva, poi smentita dai fatti e da una fantascienza più scettica e cupa. Alcune di quelle immagini sono divenute realtà (l'arrivo di uomini sulla Luna o la costruzione di aereoporti sull'acqua), altre sono rimaste fantasia (i cieli cittadini affollati di mezzi volanti), ma certo il loro potere suggestivo è ancora oggi immutato.
Norman Brosterman, Out of Time, Abrams, $ 20
domenica 22 luglio 2012
ANCORA FANTASCIENZA COREANA
The Demon è un fumetto coreano edito in Italia qualche anno fa (da Jpop in volume unico). L’autore, Seok Jeong-Hyun, con l’aiuto del suo studio, Stone Age, mette in campo uno straordinario talento grafico che si materializza sotto forma di tavole realistiche, pittoriche. La storia non sfugge alle consuete influenze: Blade Runner, il nipponico Jin-Roh, i manga di Masamune Shirow. È infatti ambientata nella Seoul del 2020, ove a causa di una serie di calamità naturali (ci risiamo…) il 60% della popolazione mondiale è scomparsa. I sopravvissuti hanno sottoscritto un accordo di pace e costituito una sorta di Federazione Mondiale. L’esercito viene privatizzato e stringe accordi segreti con un network televisivo, il cui scopo è individuare persone dotate di speciali capacità da arruolare in propri corpi speciali. La ricerca di questi “umani ottimizzati” avviene tramite l’osservazione delle loro reazioni di fronte a programmi televisivi che contengono particolari impulsi visivi e sonori, nonché messaggi subliminali. L’esprimento porta però anche conseguenze impreviste: alcuni soggetti reagiscono violentemente a quei particolari stimoli televisivi. E qui comincia The Demon, col lettore scagliato al’interno dell’azione fin dalle primissime tavole, mentre la spiegazione dei retroscena avviene un po’ alla volta durante la narrazione. Un gruppo di soldati, intervenendo sul luogo ove è scoppitao un ordigno, presumibilmente a causa di un atto terroristico, si trova invece coinvolto in un complotto teso a eliminare persone che sanno troppo sui traffici segreti dell’esercito. La storia presenta alcuni elementi decisamente poco credibili, mentre la sceneggiatura talvolta incespica e soffre di ermetismo, ma è impossibile non lasciarsi coinvolgere e inquietare dagli straordinari disegni. Dominati dai colori cupi, che sottolineano l’atmosfera claiustrofobica di tutta la vicenda, appaiono curatissimi sia sul fronte dei personaggi sia su quello degli sfondi, rendendo credibile l’intero mondo fantastico che dipingono. Per scelta di inquadrature e tempi narrativi, The Demon è un vero e proprio film su carta, che avrebbe meritato molte più tavole per eliminare i gap narrativi di cui soffre. Seok Jeong-Hyun fa uso di più tecniche, passando dagli strumenti tradizionali al software, e sfrutta ampiamente le fotografie quale punto di partenza. Il risultato finale è comunque omogeneo, impeccabile, di un realismo che non è tuttavia stucchevole o noioso.
martedì 3 luglio 2012
FANTASCIENZA COREANA: SKY BLUE
giovedì 26 aprile 2012
UN CAPOLAVORO ARGENTINO
Un'ombra si materializza davanti alla scrivania di uno scrittore di fumetti che sta lavorando alle sue storie nel cuore della notte. Appartiene a un uomo che è all'apparenza normale, se non fosse per i suoi abiti ricavati da una stoffa sconosciuta e per le sue prime parole: “Mi trovo sulla Terra, vero?”
Questo l'incipit di L'Eternauta, historieta (così vengono chiamati i fumetti in Argentina) incentrata su un’invasione aliena che colpisce la città di Buenos Aires per poi diffondersi a macchia d'olio sull'intero pianeta. Tema non certo nuovo per la fantascienza, fumettistica o letteraria, neanche nel 1957 (data di prima pubblicazione della storia), tuttavia sfruttato ottimamente grazie a una narrazione ricca di pathos, ove ogni avvenimento è carico di tensione, talvolta anche di poesia.
Juan Galvez, il protagonista della vicenda, vive il dramma dell'invasione fin dal primo atto, consistente in una terribile nevicata i cui fiocchi uccidono chiunque vi entri in contatto. Partecipa poi ai primi tentativi di resistenza di un genere umano decimato e quasi inerme di fronte agli invasori, alieni di diversi pianeti a loro volta controllati dai misteriosi “Loro”, la più terribile razza dell'universo che ha soggiogato chiunque abbia incontrato sul proprio cammino.
Su tutto cala una cappa claustrofobica, ed è difficile non associare le atmosfere del fumetto con la dittatura vissuta dall’Argentina in quegli anni, come se l’invasione aliena non fosse che una metafora del giogo della tirannia, mentre la strenua resistenza degli uomini un invito a battersi per la libertà, a ogni costo. Un’ipotesi mai confermata dallo sceneggiatore Hector Oesterheld, ma evidentemente balenata nella mente dei militari argentini, che un giorno lo prelevarono dalla sua casa, ove non fece più ritorno, finendo tra le schiere di desaparecidos, gli “scomparsi” vittime del regime. L’ambientazione tutta argentina corrobora la supposizione di un parallelo tra realtà e finzione, con una Buenos Aires devastata e percorsa da astronavi, giganteschi animali alieni, letali raggi di luce che tagliano il buio della notte per colpire la resistenza, quegli umani deboli ma testardi che non si rassegnano alla sconfitta, alla schiavitù, a diventare burattini nelle mani del nemico. Già, perché tra le peggiori tecniche di guerra degli alieni c’è quella che consiste nel catturare gli uomini, innestargli uno strano oggetto nel collo e trasformarli in automi al proprio comando, per mandarli a combattere contro i propri simili sgomenti.
Luoghi come l’avenida General Paz, la stazione di Vincent Lopez, lo stadio del River Plate sono per noi nomi lontani è un po’ esotici, ma per i lettori argentini degli anni Cinquanta si trattava di posti familiari, riconoscibili. Forse, quei lettori per qualche attimo sentirono i brividi corrergli lungo la schiena, come i radioascoltatori statunitensi che una ventina di anni prima ascoltarono la trasmissione radiofonica di un’altra celebre invasione aliena, quella della Guerra dei Mondi interpretata da Orson Welles partendo da un romanzo di Herbert George Wells (buffo, i loro cognomi si differenziano per una sola lettera). Atmosfere cupe, emozioni forti, rese bene sulla carta dal disegno di Solano Lopez, con un tratto un po’ sporco, grezzo (molto differente da quello più pulito e “leccato” che utilizzerà anni dopo), ma soprattutto giocato su decisi contrasti tra bianchi e neri, talvolta accecanti i primi, sempre angoscianti i secondi. Ma L’Eternauta non è solo paura, non è solo lotta, non è solo fantascienza, Oesterheld lancia anche messaggi positivi: l’invito a godere delle piccole cose, a comprendere il valore di ciò che li circonda. Ironicamente a spiegare tale messaggio è un alieno, un Kol, un umanoide dalla molte dita a sua volta vittima di “Loro”, che in punto di morte osserva una caffettiera napoletana e la scambia per una scultura, colpito dalla sua forma. “Siete coscienti voi uomini delle meraviglie che vi circondano?”, domanda agli attoniti presenti, e rincara la dose: “I mondi abitati dell’universo sono tanti… Tanti… Ma in nessuno esistono oggetti meravigliosi come questo.” E continua, “peccato che gli uomini apprezzino soltanto ciò che è raro. Preferite un rozzo pezzo d’oro alle foglie di un albero o alle piume di un uccellino.” Come spesso accade, lo sguardo di un osservatore esterno coglie particolari profondi che sfuggono agli occhi di chi li vede tutti i giorni.
La dittatura argentina non c’è più, non c’è più neanche Oesterheld di cui non è mai stato ritrovato neanche il corpo. Resta però L’Eternauta, con il suo messaggio di resistenza, con il suo invito a restare umani, con la sua voglia di gioire delle piccole cose, perché come dice Juan Galvez in una vignetta “Sta spuntando un nuovo giorno. Malgrado tutto, la Terra continua a girare. Come sempre”.
Fumetto capolavoro, amatissimo dagli appassionati e dalla critica di settore, L’Eternauta al di fuori dell’Argentina non è mai stato molto noto presso il grande pubblico. Una situazione a cui cerca di rimediare la nuova edizione (lussuosa e fedele alla prima versione originale in formato orizzontale) recentemente pubblicata da 001 Edizioni. Ma anche se il pubblico di massa non conosce il fumetto, i suoi spunti narrativi sono diventati patrimonio della fantascienza internazionale, che talvolta li ripropone sotto mentite spoglie. Il recente serial televisivo statunitense Falling Skies ne sfrutta gli elementi salienti (l’invasione, la resistenza, gli umani controllati tramite innesti, ecc.) in chiave moderna. Il pubblico meno avvezzo alla fantascienza fumettistica è incantato, i vecchi lettori de L’Eternauta sorridono: il messaggio di Oesterheld continua a vivere, le buone idee sono eterne.
Hector G. Oesterheld e Francisco Solano Lopez, L’Eternauta, 001 Edizioni, pp. 384,euro 40,00
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